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venerdì 27 novembre 2009

Giacobbo e la fine del mondo - II

Ieri il prof. Sentimento Cuorcontento si trovava a Bologna. Dopo cena, reduce da passatelli in brodo di cappone, trippa («esce coi fagioli, poidòpo la facciamo lezzermente gratinare, mi saprà dire») e mezza bottiglia di Grasparossa («mo’ guardi ben qui che cocacòla che fanno a Modena!») si sentiva sufficientemente protetto da poter proseguire un po’ nella lettura.

A guardarlo in televisione Giacobbo non fa lo stesso effetto. Le sparate si susseguono e non danno il tempo di meditare e di rendersi granché conto. Ma vederle scritte e poter seguire con calma un filo che per mancanza di un termine più appropriato chiameremo “logico” dà una sensazione di leggera vertigine. Sempreché, naturalmente, non fosse effetto del Lambrusco.

Arrivato a pag. 26 trovo qualcosa che non mi quadra e sobbalzo nello scomodo letto dell’albergo. Oddio, grosso modo ogni tre righe trovo qualcosa che non mi quadra: ma se dovessi sobbalzare ogni volta, nella stanza accanto si farebbero delle idee sbagliate.
I Maya raffiguravano i due calendari, lo Tzolkin e lo Haab, mediante due ruote dentate: la più piccola girava intorno alla più grande fino al momento in cui il primo giorno del calendario sacro corrispondeva al primo giorno dell’anno vago; questo momento si ripeteva una volta ogni 18.980 giorni, quindi ogni 52 anni.

Il prof. S.C. si ricorda di aver visto almeno due volte una simile raffigurazione: al Museo Regional de Antropología di Mérida, in Yucatan, e al Mystery Park di Interlaken (la figura qui accanto è presa da un volantino di quest’ultimo). Ora, c’è un problema: a quanto ne capisco, i Maya non usavano la ruota, né normale né tantomeno dentata a guisa d’ingranaggio. Sospetto fortemente che la raffigurazione del calendario Maya come una coppia di ruote dentate sia un’invenzione moderna. In effetti al Museo di Mérida era un disegno su un pannello che spiegava, appunto, la fissazione dei Maya per i calendari, mica un bassorilievo. Von Däniken piglia il disegno così com’è senza pensarci troppo su, e Giacobbo dietro. Mi farebbe piacere, se c’è un archeologo in ascolto, avere un parere autorevole: pur versato in ogni più recondita disciplina, il prof. S.C. tentenna un po’ in archeologia mesoamericana.

Comunque, Giacobbo non sta andando male: già trenta pagine e non ci sono ancora i Templari. Speriamo che duri.

3 commenti:

juhan ha detto...

Ma figurati se i maya non conoscevano i templari!
Un conto è fare a meno della ruota ma senza templari non può essere una civiltà seria.
Ho anche la dimostrazione: le prime civiltà (tolti i cinesi) sono in Mesopotamia e Egitto; i templari sono stati in Mesopotamia (o comunque li vicino), passando dall'Egitto. QED.
P.S.: se hai delle difficoltà a seguire i ragionamenti di Giacobbo dimmelo, ti posso dare una mano ;-)

Stefano Bagnasco ha detto...

Sì, Juhan, grazie, vedo che sei portato...

Mariano ha detto...

Hai ragione. Ecco il commento dell'archeologo inglese John Eric Sidney Thompson (1898-1975):
"Un maya troverebbe molto da ridire sulla nostra illustrazione: per lui non si tratta di una complessa orologeria ma di una serie di dei che si succedono nel governo del mondo [...] L'idea dei viventi del calendario ridotti a parti di un congegno avrebbe inorridito un maya."
- J.Eric S. Thompson, La civiltà maya, Torino: Einaudi, 1994 (I ed. 1970) p.187.

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